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LETTERATURA
Autori

   IL COLORE DELLA STORIA

PREMESSA
Il 4 febbraio 2000 il Presidente della Camera dei Deputati, onorevole Luciano Violante, è stato a Lauria su invito dell'amministrazione comunale, per celebrare il secondo centenario della morte di uno dei nostri più illustri concittadini, il commissario della Repubblica Napoletana Nicola Carlomagno, impiccato nel luglio del 1799 dalla reazione borbonica e Sanfedista.

LAURIA UNA TERRAZZA NELLA VALLE DEL NOCE
Una terrazza nella Valle del Noce Lauria, in terra di Basilicata, o Lucania, come si compiacciono di chiamarla, ancora, alcuni abitanti, memori del toponimo latino, è arroccata sul lato orientale della Valle del Noce sulla quale si affaccia con il suo andamento sinuoso che ricorda la forma della penisola italiana. Giungendo in automobile dalla Fondovalle del Noce si può godere della vista di altri piccoli centri, anch'essi densi di storia e quasi strategicamente collocati in tutta la valle come a presidiarla da ogni lato: Lagonegro, dove la leggenda vuole che sia ubicata la tomba di Monna Lisa, Rivello, con il suo centro storico fatto di viuzze, stradine, scalinate, massicci archi elevati quali piattaforme delle abitazioni, Nemoli nel cui territorio è lo splendido Lago Sirino, Trecchina i suoi rigogliosi boschi di castagno e, proseguendo fino al mare, Maratea dalla costa spigolosa di imprevedibile, in cui si celano piccole ed raggiungibili spiagge. Siamo nella fascia lucana del Appennino che dal massiccio del Sirino si sviluppa verso il Pollino: siamo, dunque anche nel parco del Pollino che, nel territorio di Lauria, racchiude il monte La Spina e si prolunga abbracciando Castelluccio Superiore, con le sue abitazioni aggrappate alle pendici del Cozzo Pastano, Castelluccio Inferiore da cui partono suggestivi itinerari naturalistici verso la Costa Fagosa e la vallata del fiume Peschiera, Rotonda, un territorio ricco di tesori archeologici naturali.

L'ALBERO DELLA LIBERTA'
Passeggiando per il centro del rione superiore, all'ombra, d'estate, i numerosi alberi che incorniciano la villa comunale, non si può fare a meno di notare una semplice croce di ferro battuto che si staglia sul basamento in pietra. La storia di questa croce è legata a quella del Beato Domenico Lentini, che visse gli anni del della Repubblica Partenopea, il Santo "umile nel parlare, umile nell'esortare, umile nel correggere". Il 24 gennaio 1799 fu proclamata a Napoli la nascita della Repubblica Partenopea "in nome della fratellanza, dell'uguaglianza, della libertà". Si cominciò, così, ad attuare i provvedimenti ritenuti necessari per il governo dello Stato, sulla falsariga di quelli francesi; fu abolito il calendario gregoriano ed adottato quello repubblicano, fu disposto che si installassero le municipalità (ossia le autorità municipali) in tutti i centri della Repubblica, che si organizzassero le guardie civiche, che si innalzassero gli Alberi della Libertà. Anche Lauria fu "democratizzata", e nella zona di San Vito, fu piantato l'Albero della Libertà, tra l'esultanza dei giovani presso i quali erano diffuse le idee liberali. L'albero consisteva in un palo, conficcato nel terreno, con in cima un berretto frigio di colore rosso avente la forma di un elmo con la punta floscia e rivolta in avanti, adorno di bandierine, fiori, coccarde; rappresentava l'emancipazione del popolo dalla tirannia della nobiltà, del clero della monarchia. Quando, il 23 giugno dello stesso anno, la Repubblica partenopea cessò di esistere, anche a Lauria i borbonici presero coraggio e proclamarono la distruzione dell'Albero della Libertà. Ma i giovani liberali si opposero tenacemente e con minacce alla richiesta. Fu l'intervento di Don Domenico Lentini a placare gli animi. Egli, con parole appropriate, convinse i repubblicani ad abbattere l'albero e promise che al suo posto avrebbe fatto innalzare una croce che "rappresenta -sono le sue parole - l'albero del riscatto e della salute".

CHIESA DI SAN GIACOMO
Come, geograficamente, il centro urbano di Lauria è diviso in due dalla rupe dell'Arno, così esso, urbanisticamente, è diviso in due riunioni e la chiesa di San Giacomo è la chiesa parrocchiale del rione inferiore. La chiesa originaria presentava una forma diversa dall'attuale: non vi erano navate laterali e l'ingresso principale era prospiciente via Cardinale Brancato. All'inizio del XIX secolo la parte della Chiesa che affaccia su piazza San Giacomo subì notevoli modifiche: fu costruito un'ala laterale sulla quale, poi fu aperta una porta. Il campanile di tipo tradizionale, ha come motivo di interesse della cupola orientaleggiante. L'ambiente interno è a tre navate con pilastri ad arco a tutto sesto; si fa notare il transetto il cui braccio sinistro è ridotto della metà rispetto all'altro. Nelle chiese sono conservate numerose opere d'arte, tra i quali spicca il coro -del XVI secolo- in legno intagliato con figure di santi e dei dodici apostoli sui pannelli di sfondo degli stalli, mascheroni, grifi ed animali sui sette divisori. Il pulpito risalente al 700 presenta decorazioni in bianco e d'oro e motivi floreali; settecentesco sembra anche l'organo dall'ardito cromatismo. Nelle nicchie in fondo all'altare maggiore sono conservate due sculture in legno policromo, databili intorno alla fine del 700, raffiguranti San Giacomo, opere di ignoti scultori meridionali. Hanno contribuito ad arricchire gli interni della Chiesa vari pittori: Pasquale Iannotta che operò agli inizi del 900 -raffigurò in alcune tempere, poste nella zona del presbiterio, i Santi Evangelisti- Mariano Lanziani, che operò nella prima metà di questo secolo -decorò l'area dell'abside con una veduta architettonica a destra che illusionisticamente ingrandisce l'ambiente.

CHIESA DI SAN NICOLA
Sostando oggi nella tranquilla Piazza San Marco, nel rione superiore, non viene da pensare alle devastazioni provocate dal saccheggio delle truppe napoleoniche (1806) che portò alla distruzione anche della Chiesa di San Nicola. Dopo l'incendio la chiesa fu ricostruita con una struttura diversa; infatti essa, a croce latina, si estendeva, con una navata, su tutta l'attuale piazza Viceconti, mentre la ricostruzione portò ad allungare l'asse verso piazza San Nicola, rimaneggiando la facciata per aprire su questa piazza l'entrata principale. Anche il campanile, rimasto troncato nell'incendio, fu restaurato, ed, alla parte antica costruita da quattro parti con le rispettive monofore, fu aggiunta la parte superiore in stile romanico, costituita dalla cella campanaria e dalla torre. L'attuale copertura conica "a cuspide" poi realizzata in seguito, nel 1900, forse per adattare la struttura della funzione di richiamo di fedeli alla vita religiosa. Anche l'interno della Chiesa, a tre navate delimitate da due piloni a fasce con archi a tutto sesto, ha subito vari restauri che ne hanno alterato l'aspetto originario. La volta della navata centrale è adornata, oggi, con tempere ad opera di pittori lucani; sono conservate, inoltre, l'interno della chiesa dipinti del XIX secolo raffiguranti le stazioni della Via Crucis. Vi sono numerosissimi altari in marmo policromo, sormontati da pale del Lanziani e dallo stesso Iannotta. Molto pregiato il fonte battesimale situato nella prima campata della navata sinistra; imponente il coro ligneo dietro l'altare maggiore; preziosa una pala d'altare, settecentesca, "poggiata" su un tavolo in legno sito nell'area del coro; pregevole, infine, la balaustra che recinge l'altare maggiore, con intarsi in marmo policromo.

IL CONTORNO NATURALE
Se il segno lasciato nel tempo dall'uomo coinvolge, avvolte rapisce, non ci stanca mai, peraltro, di ammirare il contorno naturale, qui a tratti, ancora, incontaminato selvaggio con il massiccio del Sirino che domina la vallata ed offre la possibilità di vivere a piedi, a cavallo o, d'inverno sugli sci un rapporto unico ed intenso con la natura. Qui sono rigogliosi i boschi di faggio e la flora erbacea è costituita dal ciclamino, dall'anemone, dalla fragola dall'asperula odorosa, dall'aglio orsino. La faggeta ospita l'allocco, il picchio verde, il picchio rosso, il picchio nero. Sono paesaggi che restano impressi nella memoria di chi gode di essi. Ritornano in mente i versi di un musicista, poeta lauriota, Giacomo Pesce, che, emigrato in Brasile ai primi anni del '900, così ricorda con nostalgia la sua terra:"... rivedo i monti che facevan corona alla mia dolce terra, selvaggi monti della mia lucania agreste, la cui sagoma si fonde con l'azzurro del cielo, diafano, chiaro... Boschi verdi, infiniti di castagni in fila allineati; su al vento... E tu contorno ulivo tra le cui verdi foglie, accovacciato su di un ramo ricurvo, tante volte cose belle e gentil scrissi o sognai".